Ricucire le fratture del senso. Il counselor esistenziale in un’epoca frammentata

Viviamo in un'epoca di frammentazione profonda. Tecnologia e grandi rivolgimenti sociali rendono il mondo sempre più precario, materialmente e simbolicamente. A partire dall'antropologia di James W. Fernandez e dalla riflessione filosofica di Platone, Hegel, Jaspers e Hadot, l'articolo si chiede che cosa possa fare il counselor esistenziale per chi oggi è «rimesso a se stesso». Il compito proposto è accompagnare la persona a ricucire le fratture del senso: dare parola all'informe, rispettare il suo centro, leggere la nostalgia come traccia di ciò che conta. E farlo riconoscendo i propri limiti, sapendo di abitare lo stesso mondo lacerato.

1 Ottobre, 2026

1 Ottobre, 2026

Viviamo in un’epoca di frammentazione profonda. Non è una condizione del tutto nuova, ma oggi ha qualcosa di eminente. Lo sviluppo tecnologico, i grandi rivolgimenti politici e sociali, la velocità con cui cambiano lavoro, relazioni e riferimenti rendono sempre più precario il mondo che abitiamo: precario materialmente, ma anche simbolicamente.

Chi lavora nella relazione d’aiuto lo incontra ogni giorno. Il singolo, posto davanti alla totalità della propria esistenza, fatica a orientarsi: non sa più bene dove sta, a che cosa appartiene, che cosa tiene insieme i pezzi della sua vita. Per un counselor esistenziale a orientamento antropologico e filosofico, prendere sul serio questa condizione epocale non è un esercizio teorico. È la premessa senza la quale non possiamo davvero aiutare una persona a trovare il proprio centro, a partire dal quale ricucire.

L’antropologia ci aiuta a vedere il fenomeno in azione. In un saggio del 1986, James W. Fernandez osserva che gran parte della nostra esperienza è inchoate: informe, vaga, frammentata, ancora senza nome. Le culture le danno forma attraverso metafore, immagini, tropi, che i riti mettono in scena e fanno vivere insieme. È così che il singolo sperimenta un «ritorno all’intero»: si ritrova dentro una rete di relazioni e di significati condivisi.

Il linguaggio, in questa prospettiva, non descrive soltanto il mondo: lo costruisce, e costruendolo crea il legame che ci tiene dentro di esso. Ma che cosa accade quando le immagini condivise si indeboliscono, quando i riti non parlano più, quando i simboli di una tradizione perdono presa?

La filosofia ha dato a questa domanda nomi precisi. Già nel Simposio di Platone, Aristofane chiama eros il desiderio e la ricerca dell’intero (192e–193a): la mancanza non è un incidente, è ciò che ci mette in cammino. Nel 1801 il giovane Hegel le dà una dimensione storica. Il bisogno della filosofia, scrive, nasce quando la forza dell’unificazione scompare dalla vita degli uomini, e la scissione è la fonte di quel bisogno.

Karl Jaspers, nella sua Introduzione alla filosofia, porta la questione fino a noi:

«Se la nostra vita non deve dissolversi nella dispersione, bisogna che si senta in un certo ordine; bisogna che, giorno per giorno, sia sorretta da alcunché di tutto-abbracciante».

Quest’ordine, osserva Jaspers, può giungere dal mondo in cui si nasce, o da una chiesa che accompagna i grandi passi della vita e i piccoli gesti quotidiani. Ma in un mondo lacerato la tradizione perde fiducia ogni giorno, e l’ordine resta soltanto esteriore, privo di simboli e di trascendenza. Allora il singolo è rimesso a se stesso:

«Nella condotta filosofica della sua vita l’uomo cerca allora di costruire con le sue sole forze ciò che l’ambiente non è più in grado di dargli».

È difficile trovare una descrizione più precisa di molte persone che incontriamo nel nostro lavoro. Arrivano rimesse a se stesse, in un mondo dove l’ordine ereditato non regge più, con il compito, spesso non detto, di costruire da sole ciò che l’ambiente non dà loro.

Che cosa può fare nostro, allora, il counselor esistenziale? Anzitutto rendersi conto della posta in gioco: accompagnare la persona nel percorso di ricucitura delle fratture del senso. Da qui discendono alcune attenzioni.

La prima è ricucire, non restaurare. La nostalgia di un intero perduto porta con sé un rischio: idealizzare il passato e voler tornare indietro. Nello stesso scritto del 1801, Hegel offre un correttivo prezioso: la totalità, nella sua forma più viva, è possibile solo come ricostituzione a partire dalla separazione più profonda. La frattura non va cancellata, entra nella nuova trama. Non riportiamo la persona a un ordine perduto: la accompagniamo verso un ordine nuovo, che tiene conto della ferita.

La seconda è dare parola all’informe. Molti arrivano con un’esperienza ancora inchoate: un malessere senza nome, un «non so che cosa mi manca». Il lavoro può cominciare dall’ascolto delle metafore della persona. Le immagini con cui già prova a dirsi sono i primi fili della ricucitura: non le imponiamo dall’esterno, le raccogliamo e le aiutiamo a crescere.

La terza è non lasciare soli. Jaspers dice che il singolo deve costruire «con le sue sole forze». Il counselor è, in un certo senso, la risposta a quel «sole»: non costruisce al posto della persona, ma impedisce che costruisca da sola. Pierre Hadot ci ricorda che nell’antichità la filosofia era un modo di vivere, praticato insieme a maestri e compagni attraverso veri e propri esercizi, come lo «sguardo dall’alto» che ricolloca la propria vita dentro il tutto. La relazione di counseling può essere uno di questi luoghi di pratica condivisa.

La quarta è rispettare l’intero dell’altro. Ognuno ricuce intorno al proprio centro: il sacro, la natura, i legami, un’opera, una responsabilità. Il counselor sospende la propria visione del tutto, in una sorta di epoché, per non diventare a sua volta il fornitore di un ordine già pronto. Non sostituiamo la chiesa o l’ideologia che non regge più.

La quinta è leggere la nostalgia come segnale. Ciò di cui una persona ha nostalgia rivela che cosa per lei conta davvero. La nostalgia non è un sintomo da superare, ma una traccia da interpretare: indica, spesso, proprio il centro a partire dal quale ricucire.

La sesta è riconoscere i limiti. Se la precarietà del nostro tempo è anche materiale, alcune fratture non si ricuciono con la parola. Un counselor onesto non psicologizza ciò che è sociale o economico, e sa riconoscere dove finisce il proprio campo e dove occorre indicare altre strade.

C’è infine una consapevolezza che attraversa tutte le altre. Il mondo lacerato di cui parla Jaspers non è soltanto quello delle persone che accompagniamo: è anche il nostro. Non le guardiamo da una riva sicura, già ricucita. Anche noi cerchiamo il nostro centro, dentro la stessa epoca e le stesse fratture.

Forse è proprio questo a rendere autentico il nostro lavoro. Non siamo custodi di un intero da consegnare, ma compagni di ricerca, con qualche strumento in più e la responsabilità di usarlo con cura. In un’epoca che disorienta, accompagnare qualcuno a ricucire il proprio senso è già un modo di ricucire, insieme, un po’ di mondo.


Federico Levy è filosofo e counselor esistenziale, presidente di AssoISUE. Cura la comunità filosofica online Vivere Filosofare.

Riferimenti

  • J. W. Fernandez, The Argument of Images and the Experience of Returning to the Whole, in V. Turner, E. M. Bruner (a cura di), The Anthropology of Experience, University of Illinois Press, Urbana 1986, pp. 159–187.
  • Platone, Simposio, 189c–193d (discorso di Aristofane).
  • G. W. F. Hegel, Differenza fra il sistema filosofico di Fichte e quello di Schelling (1801), sezione «Bisogno della filosofia».
  • K. Jaspers, Introduzione alla filosofia, Raffaello Cortina Editore, Milano 2010, cap. 11 «La condotta filosofica della vita», p. 103.
  • P. Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica.

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